Salvare lo stato sociale

Il welfare state è un carattere distintivo dell’identità europea. Molto diverso da paese a paese, ma con tratti e obiettivi comuni: l’idea di offrire protezione contro rischi per lo più non coperti dalle assicurazioni private, ridurre la povertà e contenere le disuguaglianze senza però scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro. Ci viene invidiato da tutto il mondo perché offre benessere e rafforza la coesione sociale.
Dietro all’antieuropeismo della nuova amministrazione USA, si legge anche l’invidia per il welfare state europeo, costruito mentre gli Stati Uniti ci difendevano sul piano militare. Oggi, oltre a chiedere allo stato sociale di proteggerci, dobbiamo noi stessi proteggerlo perché ha di fronte a sé numerose sfide da cui potrebbe uscire fortemente ridimensionato.

Vediamo le principali.

La transizione demografica sta erodendo la base fiscale dello stato sociale, facendo lievitare la spesa sanitaria, riducendo la dimensione delle coorti che entrano ogni anno nel mercato del lavoro e aumentando il novero di coloro che vivono dei trasferimenti di chi lavora. Il declino dei tassi di fecondità, in particolare, mina alle basi i sistemi di ripartizione che sono alle fondamenta dei regimi pensionistici.

La globalizzazione spinge verso gare al ribasso nella fornitura di assistenza ai più poveri. Le grandi catene mondiali del valore rendono possibile alle imprese abbassare di fatto non solo i livelli retributivi, ma anche le coperture assicurative. Manca un coordinamento tra paesi nel garantire livelli minimi delle prestazioni sociali. Ma questo richiederebbe un nuovo nell’epoca dei blocchi contrapposti e dell’uso della legge del più forte.

L’immigrazione riduce il supporto popolare allo stato sociale perché si teme che i trasferimenti sociali che questo concede - compreso l’accesso a case a prezzi convenzionati - vadano principalmente ai nuovi arrivati. Spesso questo non accade, ma le percezioni diffuse sull’immigrazione, e soprattutto sul peso fiscale di chi chiede asilo, sono quelle di persone che vivono dei trasferimenti sociali.

Il cambiamento climatico comporta nuovi rischi e richiede nuove assicurazioni non sempre delegabili al settore privato, sottraendo risorse ad altre assicurazioni sociali. Al tempo stesso la riconversione energetica, la transizione verde, comportano distruzioni di posti di lavoro, disagio e disoccupazione per fasce non limitate della popolazione, finendo così a carico di un sistema di protezione sociale già sotto stress.

Da ultimo la crescita degli scenari di guerra impone ai paesi del welfare state di provvedere alla propria difesa con maggiori spese militari. Sono inevitabili per tutelare le vite umane, ma sottraggono anch’esse preziose risorse alla spesa sociale. Si producono così più armi e meno tutele per i più deboli.

Cosa si può fare per proteggere quella che è stata una grande conquista del XX Secolo? Molte le traiettorie di riforma passate al setaccio dalla ricerca scientifica in questi anni. Si scontrano con forti opposizioni politiche soprattutto nell’era del populismo. Di qui la necessità di trovare anche nuovi strumenti per conquistare alla causa l’opinione pubblica, e trovare forme di compensazione per coloro che temporaneamente vengono danneggiati da queste trasformazioni. Devono anche adattarsi le strategie delle grandi organizzazioni collettive che storicamente hanno sostenuto il welfare state, a partire dal ruolo dei sindacati.

Le sfide all’orizzonte rendono anche inevitabile un maggiore coinvolgimento del settore privato. Non solo perché alcune imprese oggi hanno giri d’affari superiori al reddito nazionale di interi paesi, ma anche perché è stata in gran parte tradita la promessa fatta nel 2019 dalla Business Roundtable. L’associazione che raccoglie gli amministratori delegati delle più grandi imprese statunitensi, si era impegnata a ridefinire l'obiettivo delle aziende per includere la “creazione di valore a lungo termine per tutti gli stakeholder”, sottolineando l'importanza di farsi carico di interessi più generali di quelli dei propri azionisti e in grado di conciliare moralità, impegno sociale e profitti. La realtà, soprattutto nell’ultimo anno, è stata ben diversa.

Il welfare state non potrà comunque che continuare a essere gestito in parte preponderante dal settore pubblico. Paradossalmente oggi il ritorno del protagonismo dello stato in economia sta sottraendo risorse allo stato sociale. É un protagonismo fatto di politiche protezionistiche, di obiettivi di politica industriale, di interessi geopolitici e di ambizioni di potere, piuttosto che basato sulla ricerca di sempre migliori servizi ai cittadini.

Per salvare lo stato sociale avremo perciò bisogno di riformarlo beneficiando dei tanti esperimenti naturali portati a termine in questi anni in tutto il mondo. Gli scienziati sociali che si troveranno anche quest’anno a Torino per il Festival Internazionale dell’Economia hanno gli strumenti per far parlare questi esperimenti, per permetterci di imparare dai successi come dagli errori. Partecipando in persona agli eventi avremo modo di rivolgere direttamente a loro gli interrogativi che ogni giorno sono al centro delle nostre preoccupazioni.

Vi aspettiamo.