Fare bene il Welfare state

21 Maggio 2026

Qualcosa non ha funzionato. Negli ultimi 75 anni, ogni qual volta ci siamo trovati al cospetto di una nuova crisi, il Welfare state ha fatto in Europa quello che ci si attendeva: ha ammortizzato i colpi, tutelato i suoi cittadini, evitato che il crollo facesse troppe vittime.

È successo perché la protezione sociale è arrivata a rappresentare quasi il 40 % di tutta la spesa pubblica dell’Unione Europea. Si tratta di circa 3,3 trilioni di euro all’anno, quasi il 20 % del prodotto interno lordo complessivo, eppure l’enorme spesa non ha impedito un diffuso deterioramento delle condizioni di vita.

A fine 2025, c’erano 92,7 milioni di persone nell’UE – inclusi 19,3 milioni di bambini – a rischio di povertà o prossime all’esclusione, dunque il 20,9% della popolazione. Tra queste, 26,9 milioni sperimentavano a ogni effetto gravi privazioni e 26,1 erano in pesanti difficoltà nonostante fossero occupate.

Sono numeri terribili e allarmanti, cifre che implicano la presenza di un baco nella macchina e che invocano interventi rapidi e seri perché è dal disagio esteso che originano le peggiori metastasi della democrazia. Non ci sono alibi, né scuse. Bisogna agire subito.

“Lo stato sociale è a rischio”, ammette Tito Boeri, Direttore scientifico del Festival Internazionale dell’Economia.

È facile constatare che questo tratto fondante dell’identità europea – una conquista del dopoguerra che ha permesso a generazioni di poter affrontare, senza cadere, i rischi delle crisi sia nella vita quotidiana che sul lavoro, grazie ai sostegni pubblici – è “sotto pressione”. Pertanto non si deve, e non si può, restare a guardare.

Il punto di partenza del Festival internazionale dell’Economia 2026 – che si svolgerà a Torino dal 22 al 25 ottobre – è che per proteggere lo stato sociale, è necessaria una riforma che coinvolga il settore pubblico e quello privato. Occorre ripensarne forme e strumenti, rendendo il sistema sostenibile ed efficace nel nuovo contesto globale.

Come? Boeri, in conversazione con Federico Monga allo spazio de La Stampa al Salone Internazionale del Libro, ha assicurato che il Festival è pronto a riunire le migliori menti che hanno ragionato su questi temi, per cercare di far sì che il Welfare state continui a offrire servizi sempre migliori alla popolazione e nel modo più efficiente possibile. “In Europa – concede l’economista – per fortuna c’è un campionario di esperienze possibili che possono indicare la strada”. È da qui che si parte.
( Guarda il video integrale dell’intervento)

Il primo scoglio è la crisi demografica. La più recente stima di Eurostat, l’istituto di statistica europeo, prevede che la popolazione dei Ventisette aumenterà dai 451,8 milioni del 2025 al picco di 453,3 milioni nel 2029 (+0,3%), per poi diminuire gradualmente fino a 445,0 milioni nel 2050 e a 398,8 milioni nel 2100. In altre parole, alla fine del secolo avremo perduto oltre 50 milioni di europei.

https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Population_projections_in_the_EU
Fonte: Population projections in the EU

Secondo Boeri “Il problema principale non è la longevità, perché vivere a lungo è qualcosa di cui si può solamente gioire, soprattutto se l’invecchiamento è sano”.

La questione centrale è la bassa natalità, soprattutto in Italia, fanalino continentale con un tasso di riproduzione di 1,13 per ogni abitante, dato che segnala un declino molto forte.

Il nodo da sciogliere è il rifinanziamento dello stato sociale, mentre calano i lavoratori e aumentano le persone inattive che richiedono risorse. “C’è una incognita molto seria” – assicura l’economista – che sprona ad affrontare il probabile choc da più punti di vista, ad esempio fronteggiando le secche del passaggio dalla formazione al lavoro e l’uscita dalla disoccupazione, impresa resa più complessa dall’elevato debito italiano, diventato il più alto dell’Europa in percentuale del Pil (138,6 % stimato, contro il 136,8 della Grecia che nel 2010 era al 210 per cento).

Occorrono attenzione e strumenti creativi, in particolare adesso che gli effetti della guerra scatenata da America e Israele in Iran hanno cagionato una crisi energetica che ammanetta la crescita, spingendo le economie più avanzate verso la stagflazione (sviluppo piatto con aumento significativo dei prezzi) se non verso una recessione che potrebbe non essere breve.

È un momento in cui ognuno deve compiere, e bene, il proprio dovere. Il Festival promette di fare il suo. Vuole essere il laboratorio delle idee per capire e reagire alla crisi demografica come a quella climatica, per studiare come occuparsi dei malanni di una globalizzazione che non tira più e delle tensioni provocate dall’immigrazione, due capitoli che offrono opportunità ma stesso tempo generano inedite tensioni.

Mario Draghi ha avvertito che “siamo soli, ma insieme”. È necessario più che mai che l’Unione faccia la forza. Per evitare che la forza disfi l’Unione e cancelli le sue conquiste.