Se qualcuno avesse ancora voglia di scherzare, potrebbe proporre di risolvere il problema dei fondi pubblici per fermare il clima che cambia con una tassa da un euro su tutti quelli che dicono che “fa caldo”, un po’ come a Genova c’era chi ragionava su un’imposta sul mugugno. In realtà, la questione si fa ogni giorno più maledettamente seria e il tempo dei frizzi e lazzi è già esaurito.
Tutte le statistiche dicono che la temperatura sale più veloce delle previsioni e, soprattutto, oltre i livelli che la maggior parte degli scienziati giudica inferiori ad un allarme globale.
L’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) ricorda che gli accordi di Parigi miravano a contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C nel 2050 rispetto alla media degli ultimi vent’anni, ma “l’Europa, il continente che si riscalda più rapidamente al mondo, ha già registrato un aumento medio di oltre 2,2°C nell’ultimo decennio e quasi 3°C nel 2024 rispetto all’epoca preindustriale“.
La temperatura rovente è una minaccia sociale ma anche un concreto fattore recessivo perché riduce l’attività di imprese e servizi, gonfia i costi, spinge l’inflazione, fiacca gli investimenti e le loro aspettative, comprime la produttività e, alla fine, innesca una funesta spirale negativa capace di autoalimentarsi. Sempre l’AEA ha calcolato che dal 1980 al 2024 le perdite economiche dirette degli eventi causati da meteorologie estreme sono state di 822 miliardi, un quarto solo negli ultimi quattro anni.
Uno studio di Oxford Economics rivela che, a politiche immutate, di qui al 2030 il grande caldo e le relative catastrofi naturali costeranno 147 miliardi di dollari al sistema Italia (240 alla Francia, 120 alla Spagna). Un conto immenso, quasi 10 punti di Pil che si sommano allo 0,5 % annuo di deficit pubblico aggiuntivo che, prevedono gli esperti, graverà sulle casse della Repubblica se non ci saranno variazioni di tendenza, globali e no, prospettiva sulla quale nessun osservatore ragionevole scommette un centesimo.
I numeri dell’indipendente Ufficio parlamentare di Bilancio confermano la tendenza. “Valutazioni preliminari degli effetti degli eventi atmosferici estremi in Italia – afferma l’organismo presieduto da Lilia Cavallari – mostrano un impatto annuale sulla finanza pubblica che potrebbe arrivare a 5,1 punti percentuali del PIL nel 2050 mantenendo invariate le politiche attuali di contrasto al cambiamento climatico, mentre potrebbe essere ridotto a 0,9 con politiche coordinate a livello globale per il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050”.
La realtà è che combattiamo un’estate invincibile. Detto che tra il dopoguerra e oggi in Europa la temperatura si è elevata di circa 2 gradi centigradi, la rilevazione media globale è aumentata di circa 1,4 gradi, come dire che noi corriamo più degli altri, soprattutto nelle aree urbane. Le città sono in rosso su tutte le mappe del meteo estivo. Siamo stati noi, antropizzatori senza gloria.
In attesa che i governi decidano a livello globale che vale la pena di investire insieme e seriamente in forme di energia pulite e alternative a carbone e idrocarburi, possiamo cercare consapevolezza nei numeri. Dice L’Europa ha usato il relativamente magro bilancio per metterci una pezza – dal 2002 il Fondo di solidarietà ha erogato 11 miliardi per 148 disastri – mentre il resto del conto è rimasto sulle spalle delle capitali. Come fare a pagare le sciagure che verranno? Semplice, ribatte un rapporto del think tank Bruegel: non lo faremo, perché non ci sono i soldi e i conti pubblici sono sotto pressione, guarda caso proprio nei Paesi più colpiti dalla canicola, ovvero Francia, Italia e Spagna.
Un rapporto Allianz snocciola dati inquietanti. Si scopre che ogni grado in più di temperatura media costa il 3 % in termini di produttività perché si lavora peggio o si tagliano gli orari a causa dell’afa. Un’analoga variazione termica, secondo la stessa analisi, rincara di oltre un punto i consumi energetici, dunque i costi per famiglie e imprese. È una incandescente tempesta perfetta. Le aziende (e i cittadini) spendono di più in un contesto in cui i ricavi diminuiscono o si fanno più incerti, mentre l’ondata colpisce anche dal basso. Avverte la Bce nell’ultimo bollettino mensile: eventi estremi, e più in generale il dispiegarsi della crisi ambientale, potrebbero determinare incrementi dei prezzi dei beni alimentari superiori alle attese. Occhio a pomodori e zucchine, insomma. La stangata comincia a tavola.
È dominante la convinzione di dover decarbonizzare l’economia e costruire scudi, a partire dalle polizze per le catastrofi (le ha solo il 3 % degli italiani), disincentivate dalla convinzione che, nel peggiore dei casi, comunque ci pensa lo Stato. Nei prossimi cinque anni, stima Allianz, il meteo fuori controllo consumerà in Italia un punto di occupazione e ne porterà due di inflazione. Peraltro, insiste il colosso delle assicurazioni, è lecito attendersi dinamiche di stagflazione, “caratterizzate da un aumento dei prezzi accompagnato da una crescita del popolo dei senza lavoro”. Questo, si sottolinea, pone le autorità monetarie di fronte alla difficile ricerca del male minore, decisione particolarmente critica nell’area dell’euro, dove un unico tasso di riferimento deve servire economie con esposizioni climatiche fortemente divergenti.
Gli economisti di Allianz ammettono che “in Europa le politiche di adattamento al cambiamento climatico sono concepite principalmente per compensare le perdite, anziché per prevenirle”. La riflessione di Bruegel conduce pertanto all’auspicio di un “quadro integrato a Ventisette per la resilienza climatica e la gestione del rischio”. Giusto, ma servono progetti congiunti e soldi, coi primi che non avanzano abbastanza e i secondi che non sono sufficienti. Quando si chiedono tasse di scopo, parte della politica spera nel miracolo più che cercare soluzioni che possono minare il consenso, così succede poco o nulla. Si calcia la palla in tribuna e si fa troppo finta di niente, per ragioni economiche e politiche, visto che una parte della popolazione pensa che sia tutto solo un ciclo e fra dieci anni passerà.
Le ragioni di chi ritiene che sia necessario affrontare con determinazione il cambiamento climatico saranno centrali per il Festival Internazionale dell’Economia, così come il confronto di argomenti con i negazionisti che non sono pochi. Un esempio? Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, ha rilanciato su X – che incidentalmente è sua – un messaggio generato dall’intelligenza artificiale, postato dal dirigente di una azienda tecnologica Usa, in cui si affermava che di fronte all’ondata di caldo gli europei “dovrebbero semplicemente installare l’aria condizionata” come “è stato l’approccio giusto statunitense sin dall’inizio”. Il testo è stato visualizzato 20 milioni di volte. Poteva andare peggio. Potevano essere 21 milioni.