Come curare la sanità, un sistema sovraccarico fra statistiche scoraggianti e promesse non mantenute
Nell’introduzione al documento di “Monitoraggio della spesa sanitaria” il ministero dell’Economia, o meglio la Ragioneria, assicura che “il miglioramento del livello generale delle condizioni di salute, e la salvaguardia dello stato di benessere psico-fisico della popolazione, costituiscono un obiettivo fondamentale delle politiche pubbliche”. È un giusto e virtuoso proposito che si scontra con i dati e le valutazioni che parlano di minore spesa pro capite, tempi di attesa infiniti e servizi in declino nonostante le evidenti eccellenze.
“C’è un sovraccarico evidente delle strutture e del personale che i cittadini sperimentano ogni giorno”, ha detto Tito Boeri, Direttore Scientifico del Festival Internazionale dell’Economia, in un’ intervista alla Stampa. E mancano i soldi. Tanto che la Fondazione Gimbe avverte: “Il sottofinanziamento pubblico è una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale”.
Risponde il Tesoro. Ferme le priorità, “alla luce dei vincoli di bilancio e delle caratteristiche demografiche del Paese è opportuna una costante azione di consolidamento e di rafforzamento delle attività di monitoraggio dei costi e della qualità delle prestazioni erogate nelle diverse articolazioni territoriali del Servizio sanitario nazionale”. Ammettono il problema. È un passo avanti. Ma ovviamente non basta.
Il sistema sanitario affronta fra l’altro l’onda lunga di una spesa che scavalla abbondantemente le contribuzioni e il carico di una popolazione anziana che genera un fabbisogno ulteriore di cure a fronte del restringimento della base fiscale. La salute dovrebbe essere salda sulla vetta delle priorità, invece trionfa nel campo delle promesse e si salva per la qualità dei singoli e per la stirpe di eroi che cerca di darci sollievo e curarci quando stiamo male.
ll diritto alla salute è “un pilastro della Costituzione e patrimonio da tutelare con un impegno costante”, ha dichiarato il Ministro della Salute, Orazio Schillaci. Le statistiche rivelano che non è così e che non si è fatto abbastanza. Se non peggio.
Secondo le informazioni sul 2025 elaborate dalla Fondazione Gimbe, l’Italia si colloca al 15° posto tra i ventisette Paesi europei dell’area OCSE per spesa sanitaria pubblica pro-capite – il differenziale varia dai +4,8 punti percentuali della Germania (11% del PIL) ai +0,2 della Repubblica Slovacca (6,4% del PIL) – ed è ultima tra quelli del G7.
La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%.
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è stata pari a 3.952 dollari, 909 in meno rispetto alla media Ocse (4.861 dollari) e 1.013 in meno rispetto alla media dei Paesi europei (4.965 dollari). Tra gli Stati membri dell’Unione Europea, 14 investono più dell’Italia per ogni cittadino: dai 47 dollari di vantaggio per la Spagna (3.999 dollari) ai 4.774 in più della Germania (8.726 dollari).
Nonostante gli impegni presi e le riforme messe in cantiere, il sistema nazionale viaggia nelle retrovie delle classifiche che riuniscono i Paesi più industrializzati. Con un’aggravante. Sino al 2011 la spesa pubblica pro-capite italiana per la sanità era in buona sostanza allineata alla media europea. Da quel momento in poi il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti, raggiungendo 424 dollari pro-capite nel 2019.
Il differenziale rispetto alla media dei Paesi europei dell’OCSE supera i mille dollari per abitante se calcolato a prezzi correnti, mentre a parità di potere d’acquisto scende a 612,4 dollari pro-capite.
Secondo le stime di Gimbe, se rapportato ai quasi 59 milioni di residenti della bella penisola, “il gap complessivo sfiora i 36,1 miliardi di dollari”, ovvero “una voragine scavata da 15 anni di progressiva erosione delle risorse pubbliche, protratta sotto governi di ogni colore, che ha lasciato il Servizio sanitario nazionale sempre più a corto di ossigeno rispetto al resto d’Europa, soprattutto dopo la pandemia».
Occorrono fondi e non solo, si diceva.
La Commissione UE nel Rapporto sull’Italia etichetta come indispensabile il “rafforzamento della resilienza del sistema sanitario nazionale attraverso la riforma dell’assistenza territoriale e investimenti per la digitalizzazione di 281 ospedali di medie e grandi dimensioni”. I tecnici di Bruxelles sono preoccupati per le diseguaglianze e le differenze che occorrono fra regione e regione: “Le criticità sono aggravate da una scarsa autonomia fiscale e da inefficienze amministrative, in particolare nei comuni più piccoli, che si traducono in carenze croniche nell’erogazione dei servizi sanitari”.
L’esecutivo comunitario sottolinea che “permangono disparità tra Nord e Sud in ambiti quali l’assistenza sanitaria, i servizi per l’infanzia e l’assistenza a lungo termine, nonché la capacità amministrativa”. Gli esempi non lasciano dubbi e, “per quanto riguarda i servizi di assistenza a lungo termine, l’offerta spazia dai 10 posti letto ogni 1.000 abitanti del Nord-Est ai soli 3 posti letto ogni 1.000 abitanti del Sud”.
Sempre la Commissione riassume, basandosi sulle rilevazioni Istat, che il 9,9% della popolazione (dato 2024, in aumento rispetto al 6,3% del 2019) ha dichiarato di aver rinunciato a cure mediche necessarie, indicando le lunghe liste d’attesa come motivo principale nel 6,8% dei casi (rispetto al 2,8% del 2019). Inoltre, la spesa sanitaria a carico delle famiglie è risultata significativamente superiore alla media UE (23,7% contro il 14,9% della spesa sanitaria totale nel 2023). È un onere elevato che però potrebbe essere sottostimato, alla luce delle crescenti difficoltà economiche nel Paese, che verosimilmente porteranno un numero sempre maggiore di pazienti a rinunciare alle cure a causa dei costi eccessivi.
Poi c’è quello che succede “oltre le mura” degli ospedali. Scrive l’Ufficio Parlamentare di Bilancio che “alcuni osservatori caldeggiano una maggiore integrazione tra pubblico e privato come risposta alla domanda di prestazioni dei cittadini non soddisfatta dal SSN”. E che “in questa direzione sembrerebbe collocarsi il Ddl delega per la riorganizzazione e potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e revisione del modello organizzativo del Servizio sanitario nazionale, approvato dal Governo il 12 gennaio 2026” scorso. Tuttavia l’istituzione indipendente sottolinea che “la natura e la missione delle strutture private, anche quando operano nell’ambito del SSN, non sono del tutto assimilabili a quelle degli Enti pubblici”. In modo felpato, solleva un argomento complesso e controverso.
Non pare pertanto un caso se, lo scorso luglio, il Consiglio dell’UE ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente sopportabili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave. È un messaggio lineare. Ci dice che il deterioramento del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese.
Eccoci al welfare da salvare, al tema dell’edizione 2026 del Festival. È questione di risorse e di una programmazione resa ancor più necessaria dall’invecchiamento della popolazione. “Altri Paesi in declino demografico reagiscono per tempo – ha spiegato Boeri nell’intervista a La Stampa – la Cina e il Giappone puntano sull’innovazione tecnologica, la Spagna scommette sull’integrazione degli immigrati per sostenere il tessuto produttivo e finanziare lo stato sociale”.
E noi? Per la Commissione UE la strategia di rilancio e recupero deve partire dal “migliorare l’accesso all’assistenza sanitaria attraverso la continua attuazione della riforma della sanità territoriale”, cosa che deve avvenire “unitamente a misure per far fronte alla carenza di figure professionali sanitarie chiave, nonché garantendo la piena digitalizzazione e interoperabilità del sistema sanitario e migliorando il piano di gestione delle liste d’attesa”.
Il governo promette che la legge di Bilancio 2027, l’ultima della legislatura, porterà dei miglioramenti per chi si cura. C’è da augurarselo, sebbene dubitare sia in questi casi sempre un esercizio necessario. È chiaro che non basterà una manovra, come non ne basteranno due o tre. Serve molto di più, un piano coraggioso sinora mai visto. Perché la salute non è certo tutto, ma senza la salute il tutto tende a diventare niente.

(dati OCSE, anno 2025 o più recente disponibile)

(dati OCSE, anno 2025 o più recente disponibile)
Fonte: https://press.gimbe.org/press/comunicato.it-IT.html?id=499