L’Europa parla di sicurezza, fatica a essere unita e minaccia il welfare.
E se la miglior difesa non fosse l’attacco, come molti – da Sun Tzu a George Washington – hanno sostenuto nei secoli?
E se avesse ragione il prussiano Carl von Clausewitz, quando diceva che una solida difesa è teoricamente la forma più forte di combattimento a patto che non sia passiva?
E se bastasse davvero la deterrenza a scoraggiare un possibile nemico, messo di fronte al invalicabilità del muro costruito da uno o più popoli per garantirsi la piena sicurezza?
La riflessione è necessaria in questi tempi di belligeranza dilagante che già nel 2014 Papa Francesco ha definito “la terza guerra mondiale scoppiata a pezzi”.
Nel 2026 nel mondo sono attivi oltre 100 conflitti armati. Di questi, due o tre monopolizzano l’attenzione dei media internazionali, perché sono molto vicini e ci minacciano direttamente (Ucraina, Iran, Medio Oriente). La realtà è che la Storia non è finita: il Pianeta è in fiamme non solo per gli effetti climatici de El Niño e noi, vecchie presunte democrazie occidentali, siamo minacciati come non avveniva dal 1945 e dalla Guerra rimasta fortunatamente “Fredda”.
Assistiamo al ritorno del concetto di potenza come criterio ordinatore delle relazioni internazionali ai danni del multilateralismo. La goffa offensiva di Donald Trump contro Teheran ha complicato i giochi e, oltretutto, un epilogo non pare prevedibile in un orizzonte di breve termine. I vertici della Repubblica Islamica adesso minacciano di colpire quelli che considerano gli alleati degli Stati Uniti, dalla Turchia al Regno Unito.
Si stima che un missile balistico standard come il Khorramshahr o il Sejil può arrivare dall’Iran all’Italia in un tempo compreso fra i 10 e i 15 minuti. Un vettore ipersonico di nuova generazione, il Fattah che può viaggiare a Mach 10 e oltre, ce la fa in meno di dieci minuti. Un razzo più ordinario da crociera, o un drone kamikaze da poche migliaia di dollari, possono impiegare dalle tre alle dieci ore.
Non sappiamo se le minacce di Teheran siano una sbruffonata o una cosa seria. Possiamo anche immaginare che stiano solo millantando, anche perché colpendo un Paese della NATO si finirebbe a un passo dallo scontro globale. In pratica la crescita degli scenari di conflitto e la situazione grama delle relazioni internazionali invita a chiedersi se, al punto in cui siamo arrivati, far finta di niente non possa risultare estremamente pericoloso.
Predisporsi alla difesa appare necessario. Ma bisogna farlo bene. Nel 2025 gli stati dell’Unione europea hanno speso 418 miliardi per le armi dei propri eserciti – il 2,4 % del prodotto interno lordo aggregato e il 20 % in più rispetto all’anno precedente – con 134 miliardi di nuovi investimenti. Sono soldi che vanno spesi come si deve per tutelare le vite umane, tuttavia possono sottrarre preziose risorse alla spesa sociale. La difesa deve essere efficace e sostenibile. In assenza di correttivi, si rischia di produrre più armi e meno tutele per i più deboli. È necessaria una strategia perché lo squilibrio sia corretto e non diventi drammatico.
I Paesi che fanno parte della NATO si sono votati a portare il loro impegno militare al 3,5 % del Pil con un esborso aggiuntivo di 45 miliardi l’anno fino al 2035. Attualmente, i Ventisette sborsano la metà degli Stati Uniti, il doppio della Cina, quasi tre volte la Russia. Ma i nostri eserciti, avvertono quasi all’unisono gli analisti, sono potenzialmente meno micidiali di Pechino e Mosca e, soprattutto, hanno un livello tecnologico inferiore.
La guerra non è più quella di una volta, servono i computer e i satelliti, non i carri armati. La minaccia che pende su di noi è un conflitto ibrido e intermittente destinato a colpire la popolazione in modo quasi casuale. Basterebbe un missile che passasse gli scudi stellari ogni settimana per generare il panico nelle democrazie che, giustamente, pensavano di aver archiviato ogni ostilità. Nel caso iraniano, dobbiamo coordinarci per edificare un muro anti drone, ed essere in grado di fermare un vettore armato in dieci minuti combinando sistemi antimissile, satelliti e aviazione. È un compito che richiede una qualità tecnologica di altissimo profilo.
A conti fatti, siamo indietro. I Paesi di casa UE utilizzano dodici tipi di tank differenti contro il modello unico americano. Lo stesso avviene per i jet da combattimento e le navi da battaglia, simbolo di una parcellazione che indebolisce di fronte ai presunti possibili aggressori. In sostanza ci sveniamo per la Difesa ma restiamo troppo fragili e sguarniti. Ancora lo scorso anno il 40 % del bilancio militare dell’UE era assorbito da stipendi e pensioni, mentre ricerca e sviluppo assorbivano solo il 3 % del totale (stima ESM).
L’Europa è impegnata da anni a definire una strategia comune, naturalmente in seno alla Nato, a maggior ragione perché Donald Trump ripete di non essere più disposto a essere lo Zio Sam di tutti, e chiede che l’amicizia fra Europa e America sia consolidata con massicci acquisti di armamenti “Made in Usa”. I Ventisette dell’UE discutono su cosa fare insieme eppure faticano a procedere insieme.
Un esempio? Nel 2017 Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno annunciato un’intesa mirata a realizzare un sistema di caccia di sesta generazione con e senza pilota per sostituire i Rafale e gli Eurofighter (FCAS, Future Combat Air System): il progetto è ufficialmente caduto lo scorso luglio, segno che si fanno piani insieme, ma poi si lavora ognuno per conto proprio.
I cittadini sono inquieti. Il capo economista della BCE, l’irlandese Philip Lane, ha ammesso che il numero delle banconote in circolazione nell’Unione Europea dilaga nonostante la diffusione capillare degli strumenti di pagamento elettronici, telefonini compresi. I biglietti nelle nostre tasche sono 31 milioni, dato che si confronta con i 24 milioni del pre-pandemia. L’aumento, dicono gli esperti, è collegato all’ansia crescente per le guerre e al timore di attacchi informatici sui sistemi di pagamento online e contactless. Sempre più persone si tengono i soldi a casa per paura di perderli. Non è un buon segno.
I soldi che occorrono, si possono trovare fra pubblico e privato se solo l’obiettivo è chiaro. Se nella bottiglia c’è quello che promette l’etichetta. E non è tanto necessario che l’Europa spenda di più, quanto che lo faccia in modo più organizzato, cercando di non mettere in secondo piano le esigenze sociali, sanitarie e culturali: è un obiettivo fattibile con economie di scala e piani collettivi. L’Italia ha prenotato una parte dei fondi a dodici stelle di Safe (10 miliardi), cosa che hanno fatto più o meno tutte le capitali. I partner di Bruxelles finiranno per accomodare le esigenze di bilancio di chi programma e investe con senno e raziocinio.
Non sappiamo davvero se l’America trumpiana ci lascerebbe se fossimo attaccati, ma è certo che se cadessimo nella trappola della frammentazione l’orizzonte potrebbe farsi buio. L’Europa ha un problema di debolezza politica, amplificato dall’onda estremista e populista, che accresce i propri consensi capitalizzando su incertezze e insuccessi della classe dirigente che ha governato in questo secolo. Le elezioni previste per il 2027 in Francia, Italia e Spagna non semplificano il quadro.
La difesa comune, sempre in seno al perimetro della Nato, ha l’aria di essere l’unico strumento in grado di offrire una qualche garanzia davanti ai conflitti possibili, interni ed esterni. Bisogna ragionare su come ipoteticamente fermare i missili di Teheran, ma senza dimenticare che proprio la guerra di Trump in Iran ha reso più difficili le condizioni economiche e sociali (spingendo sull’inflazione).
Non ci sono soluzioni semplici per problemi complessi. Lo spartiacque è ripristinare la fiducia attraverso la cura dei cittadini, e non solo perché il fallimento nel coniugare sicurezza e tenuta sociale è stata la miccia della catastrofe di metà del secolo scorso. Perseverare nell’errore già compiuto cento anni fa sarebbe peggio che diabolico.
