Alla fine è in una frase di Joel Mokyr che si riassumono i 130 incontri che hanno animato la frenesia creativa del FIE26. Seduto in un insolito quanto inedito conclave con altri tre premi Nobel e il direttore scientifico Tito Boeri, nel salone grande del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano – davanti all’immenso quadro che raffigura Carlo Alberto impegnato a vincere la non decisiva battaglia di Pastrengo nel fatale 1848 – l’economista israeliano naturalizzato statunitense assicura di aver constatato che “c’è consenso sul fatto che il mercato non può provvedere per tutto e tutti”, dunque “serve un qualche tipo di intervento pubblico”.
Alvin Roth, David Card, James Robinson, colleghi laureati a Oslo, annuiscono. È come dire che approvano l’esigenza di non rinunciare al welfare, la grande ricchezza distintiva dell’Europa e di parte dell’Occidente. Tuttavia bisogna fare in fretta, senza un ripensamento il bilancio finirà per saltare. Così Tito Boeri, direttore scientifico del Festival e arbitro del vertice dei quattro nel Parlamento postunitario mancato, celebra l’abbondanza di idee sentite in quattro giorni e, pur ammettendo che molte delle soluzioni ipotizzate saranno difficili da realizzare, assicura che alcune innovazioni importanti possono venire senza riforme stravolgenti. E di qui si riparte.
L’idea di fondo che si è vista affermarsi nel FIE26 è che lo stato sociale va considerato come un investimento per il futuro, soprattutto per quanto riguarda i giovani. “Si può cominciare con una dote ai bambini che costituisca l’inizio del cammino previdenziale – argomenta Boeri – come è stato sperimentato in Trentino e pure negli Stati Uniti con i cosiddetti Trump Accounts”.
Reddito di base e tasse sulle grandi fortune, suggerisce il belga Philippe Van Parijs, sicuro che sia indispensabile rifondare il nostro assetto sociale, interpretato non solo come mero erogatore di sostegni e contributi. Più che redistribuire, gli fa eco il direttore scientifico del Festival, “bisognerebbe distribuire, cioè agire prima che le diseguaglianze si formino”. Un welfare preventivo, insomma, “in cui ci siano maggiori strumenti a disposizione della contrattazione collettiva e della trasparenza del mercato occupazionale”.
David Card ne fa una questione di dimensione che, per il welfare, gli pare debba essere multipla, perché istruzione, pensione di vecchiaia e sostegno ai poveri vanno affrontati in unico momento. La scuola sì, concede Philippe Aghion, Nobel pure lui, “ma poi bisogna facilitare le imprese e la loro inventiva, perché non c’è nulla di male a creare ricchezza”. La trasformazione tecnologia, aggiunge, richiede “flexicurity” in modo da ammortizzare l’uscita e favorire la riammissione al mercato del lavoro, perché tutti si aspettano effetti clamorosi ma anche devastanti dall’intelligenza artificiale (IA).
Giuseppe Laterza, anima del Festival con Innocenzo Cipolletta, gli economisti Giorgio Barba Navaretti e Pietro Garibaldi insieme al Collegio Carlo Alberto, esortano ad ascoltare proprio il francese per la vocazione a tenere insieme innovazione e inclusione. “Se l’innovazione realizza i suoi obiettivi economici e produce grandi profitti è necessario introdurre dei meccanismi che impediscono ai guadagni di trasformarsi in rendita – concede l’editore Laterza -, perché si chiudono le porte dell’innovazione e si pongono le basi per una possibile crisi”. La sostanza è che occorre scongiurare la creazione di monopoli e oligopoli. Come? “La mia idea sarebbe un antitrust del web – risponde – è una cosa per la quale le condizioni sono ormai mature”.
Boeri illumina la parte positiva della trasformazione. “Possiamo usare l’IA per prevenire i costi sociali della perdita occupazionale che inevitabilmente ci sarà – assicura – e rendere veramente efficace la formazione e la riqualificazione. Dobbiamo capire cosa formare e come, seguendo le esigenze dei datori di lavoro, ovvero identificare i posti a rischio”. Ciò non toglie, dice James Robinson, premio Nobel per l’Economia 2024, che “la difesa del welfare richiede che si faccia percepire alle persone, in modo davvero viscerale, che le cose devono cambiare se vogliamo conservare questi enormi risultati”.
Alvin Roth, premio Nobel per l’Economia 2012, sottolinea l’invasiva valenza politica del dibattitto sul welfare, “perché politica e ed economia sono intrinsecamente legati”. E proprio talune fazioni politiche sembrano orientate a stabilire regole che possono diventare indipendenti dalle esigenze di prima linea, come quando parla John Cochrane , economista della Hoover Institution, suscita malumore – durante il suo incontro al Collegio Carlo Alberto – quando dice che bisognerebbe tagliare le tasse a ridurre lo stato sociale, perché tanto la sanità e l’assistenza non funzionano, e se uno trova un lavoro poi si paga la mutua e non c’è bisogno dello Stato.
Questo porta il discorso sul tema sulle casse pubbliche e il debito. E al puntuale richiamo del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ad una sua riduzione, visto che ci costa e ci espone più di altre ad eventuali instabilità che potrebbero venirsi a creare. L’ex premier Enrico Letta ammette i rischi ed invita a guardare all’Unione in Europa come possibilità di avere una polizza per gli choc. Se mancano i fondi, però il welfare è destinato a indebolirsi se non a saltare, con immense ricadute per la tenuta sociale e le possibilità di sviluppo. “Non contrapporrei la prudenza fiscale alla coesione sociale – insiste Panetta -. L’idea di avere i conti in ordine è corretta anche per sostenere gli interventi in favore dei più deboli”.
I festival sono belli perché vari. “Era inevitabile che la frustrazione generalizzata delle giovani generazioni prima o dopo esplodesse – ha ammesso il rapper Rancore commentando le proteste di questi giorni -. E accadrà ancora se la politica non se ne farà carico”. Riecco le nuove generazioni, cioè il futuro. “Dovremmo trattarli come persone sin da bambini, indicando anche un percorso verso il lavoro, perché il lavoro è la radice dell’indipendenza”, indica Elsa Fornero, professoressa di Economia all’Università di Torino ed ex ministra del Lavoro e delle Politiche sociali. E i soldi? Il presidente dell’INPS, Gabriele Fava, tira fuori dal cappello “una tassa sulla ricchezza prodotta dall’intelligenza artificiale per sostenere il welfare e dare più opportunità ai lavoratori”. Buona idea, ma non succederà.
Alla fine dei quattro giorni restano idee e spunti. Incontri. Suggestioni anche immaginifiche. I Nobel che fanno colazione tutti insieme nel cuore di Torino sono una possibilità di cortocircuito virtuoso. Le loro conferenze – glorioso Mokyr sul welfare britannico tra il 1601 e il 1834 – rappresentano un’epifania di divulgazione, uno stimolo significativo alla riflessione e un impulso provocatorio per cercare di fare meglio. Come quando Luciana Castellina, classe 1929, decana della sinistra italiana, sostiene che nel nome dell’Europa bisognerebbe organizzare gli “Erasmus degli spazzini” perché “chi si occupa delle nostre strade impari qualcosa da quelli che lo fanno a Bilbao e viceversa”.
Il concetto è che l’integrazione europea vada fatta a ogni livello della società, con scambi non solo per studenti e imprese, anche perché la pulizia delle città è un lavoro dignitoso come tutti gli altri. Ed è welfare anche questo. Fa sentire le persone importanti, al centro di considerazione come esseri umani. Bisognerebbe che qualcuno avesse il coraggio di provare. Netturbini italiani sull’Atlantico e spagnoli sui Murazzi del Po. Potrebbe essere un esempio contagioso.