LA PROFEZIA DI MOKYR – IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE 

16 Ottobre 2026

Nel gran solaio in cui Joel Mokyr archivia i suoi pensieri c’è una convinzione taumaturgica. “Non abbiamo ancora visto niente e il meglio deve ancora venire”, ha detto nella lezione tenuta nel dicembre scorso a Stoccolma dopo aver vinto il Nobel per l’Economia. Per spiegare il concetto, ha squadernato due esempi. Il primo è stato il Covid, dal quale ha tratto un interrogativo retorico preciso: “Quale società è mai stata in grado di venire alle prese con una pandemia a quella velocità?”. Il secondo, altrettanto speranzoso, riguarda il cambiamento climatico: “Lo fronteggeremo non tramite un accordo politico — che non mi sembra plausibile — ma tramite i progressi tecnologici, svilupperemo modi per estrarre anidride carbonica dall’atmosfera e forse invertire il riscaldamento globale, non solo contenerlo”.  

Si dice che un pessimista sia una persona infelice due volte. Mokyr crede invece tutto si possa accomodare e deve essere qualcosa che viaggia nel DNA della sua famiglia, che è fatta di gente che resiste. È nato nel 1946 a Leida, nei Paesi Bassi, ma è cresciuto nella città israeliana di Haifa in una famiglia di ebrei olandesi sopravvissuti all’Olocausto. Naturalizzato statunitense, si è formato all’Università di Yale e ha svolto la sua carriera accademica prevalentemente sull’altra sponda dell’Atlantico, dove è professore emerito di economia e storia alla Northwestern University di Evanston (Illinois). Nel 2025 è stato insignito del premio Nobel per l’Economia, condiviso con Howitt e Aghion, per “avere identificato i prerequisiti della crescita sostenuta attraverso il progresso tecnologico”. A guardare indietro, era inevitabile.  

Mokyr è anzitutto uno storico, cosa che lo aiuta a considerare le evoluzioni e le crisi in prospettiva. Al Festival di Torino porterà il pubblico in un viaggio nel passato e nel futuro dello Stato Sociale, partendo dall’esperienza britannica iniziata nel XVII secolo sino a chiedersi se, alla prova dei fatti, il Welfare sia stato un ostacolo alla crescita o se invece abbia dato un contributo corposo alla rivoluzione industriale. Ed è scontato attendersi possibili soluzioni piuttosto che catastrofismi, come dimostra il suo punto di vista sull’intelligenza artificiale.  

“Quando è stato introdotto il personal computer – ha detto a Stoccolma – c’era gente che profetizzava che i computer ci avrebbero sostituito. Al contrario ritengo che il vero problema nei prossimi decenni sarà la carenza di manodopera. Ci saranno sempre più persone che non lavoreranno, in gran parte perché sono anziane, ma anche perché ci sono molte alternative più divertenti al lavoro e le persone le preferiscono. Una qualche combinazione di IA e robotica sostituirà i lavori che gli individui non vogliono fare. E così alla fine dovremo trovare il modo di meccanizzare questo genere di attività”.  

La filosofia di Mokyr, come studioso e insegnante, è imbevuta di perseveranza. “Se stai lavorando a un progetto – dice sempre ai suoi studenti – non lasciarlo in sospeso finché non l‘hai finito”. E non è il solo consiglio in qualche misura confortante. Ce n’è un altro che recita “non scrivere l‘articolo perfetto; scrivine uno molto buono; non scrivere il libro perfetto; scrivine uno molto buono: perché, nelle scienze sociali, la perfezione non è davvero raggiungibile”. 

Altre cose le abbiamo raggiunte, invece. E sono talmente scontate da non essere considerate. Sostiene Mokyr che esistono numerosi fattori che trascuriamo quando parliamo di progresso economico. “Pensate a tutto ciò che oggi abbiamo a costo zero – è il suo invito – : dal GPS dell’auto a tante altre risorse gratuite, come le telefonate o la fotografia, servizi che un tempo erano costosi o inaccessibili e che ora sono gratuiti”. È, a suo avviso, qui che risiede il paradosso: “Se un bene o un servizio è gratuito, non rientra nel calcolo del PIL, poiché nel PILl vengono conteggiati solo gli elementi che hanno un prezzo positivo”. Bisognerebbe insomma riconsiderare le ragioni delle statistiche che parlano di crescita, è lo spunto del Nobel. Sennò non riusciremo ad avere un’idea esatta del mondo in cui viviamo. O peggio, potremmo pensare che tutto va male quando non è il caso.