Se va bene, non siamo rovinati. Philippe Aghion, vincitore del Premio Nobel nel 2025, giura di credere nella crescita inclusiva nel suo senso più lato, cioè nella piena combinazione fra innovazione e benessere sociale. Pilotata dai governi che devono fare il loro dovere.
Lo scorso anno, intervistato da Giorgio Barba Navaretti, ha spiegato al pubblico del Festival internazionale dell’economia che la strada da percorrere non è quella della decrescita, bensì quella della trasformazione del percorso stesso dello sviluppo economico in chiave verde. Non solo.
Ha sottolineato che il ruolo dell’innovazione tecnologica come chiave di una nuova fase di creazione sostenibile del benessere diffuso è centrale, mentre concorrenza e politica industriale non sono da considerarsi alternative l’una all’altra, ma complementari per stimolare la transizione ecologica e favorire una bilanciata “distruzione creatrice” che rinnovi il tessuto economico.
Per questo ha auspicato un approccio di governo condiviso dell’innovazione, una strategia che coinvolga le istituzioni, le imprese e la società civile, in modo da garantire che la crescita verde sia non solo possibile, ma anche equa e duratura.
Non teme l’intelligenza artificiale, l’economista francese. Intervenendo a Bruxelles in primavera ha espresso il convincimento che l’IA possa aggiungere almeno un punto percentuale di crescita all’anno all’economia europea per un decennio intero, e almeno mezzo punto percentuale per sempre. “È una stima minima”, ha precisato, positiva anche se non priva di rischi. Perché, ha ammesso, “è vero che distruggerà posti di lavoro, però ne creerà molti di più”.
Davvero? Aghion ritiene che l’IA non soltanto automatizzi la produzione di beni e servizi, ma “rende più facile generare idee nuove, accelera la ricombinazione di conoscenze esistenti, abbassa il costo di fare innovazione”. In altre parole, “è un moltiplicatore cognitivo, non solo un sostituto operativo: chi si concentra solo sulla prima parte del ragionamento, quella dei lavori persi, perde la parte più importante”.
È un’opinione pesante. Philippe Aghion (Parigi, 1956), professore alla London School of Economics e al Collège de France, ha nel curriculum l’insegnamento a Harvard, al MIT e alla Paris School of Economics. Vincitore di vari premi, tra cui miglior economista europeo under 45, nel 2020 ha condiviso con Peter Howitt il Frontier of Knowledge Award. Il potere della distruzione creatrice, uscito in Italia nel 2021, è stato tradotto in tutto il mondo: il volume affronta il tema della rifondazione del rapporto tra politica, imprenditori e società civile.
Fra le altre cose, il testo si propone di conciliare gli aspetti virtuosi di un modello come gli Stati Uniti, fortemente orientato all’innovazione, con il cosiddetto «miracolo danese», dove un mercato del lavoro ricco di tutele ma niente affatto rigido permette di avere garanzie più estese e durature in cambio di maggiore flessibilità.
Uno dei risultati più importanti è la teoria secondo la quale le aziende che hanno innovato in tecnologie sporche in passato sono portate a continuare a innovare in tecnologie sporche in futuro. Si tende cioè a continuare a fare ciò che finora si è fatto bene, e quindi è necessario l’intervento del governo per riorientare il cambiamento tecnico verso l’innovazione, verso le tecnologie verdi. E ci sono vari strumenti per farlo.
Questo conduce all’IA. Aghion ha l’impressione che l’Europa stia perdendo la sfida tecnologica e si limiti a inseguire quello che fanno Stati Uniti e Cina. Il motivo è lineare, a suo avviso: “La ricerca europea è più distante dal mondo delle imprese, meno competitiva nella sua organizzazione e finanzia un minor numero di innovazioni di rottura”. La situazione gli pare difficile, certo più della ricetta – molto francese – che propone: “Sono necessari maggiori finanziamenti per la ricerca di base e per gli ecosistemi dell’innovazione in ambito universitario. Occorrono inoltre più capitale di rischio e un mercato del denaro sviluppato per garantire che le innovazioni delle startup si concretizzino anche in Europa”.