I giovani guadagnano di più, ma non ancora abbastanza. I numeri e l’analisi di Banca d’Italia.
Va meglio, ma non va ancora bene. Banca d’Italia rivela che i giovani guadagnano un poco di più eppure siamo lontani da un dato soddisfacente che possa garantire adeguate condizioni di vita. Viviamo nel mondo opposto a quello raccontato da Cormac McCarthy, e dai fratelli Coen: l’Italia non è un paese per giovani, non almeno quanto potrebbe e dovrebbe.
I numeri diffusi da via Nazionale affermano che, nell’ultimo decennio, si è ridotto lo svantaggio retributivo delle generazioni più giovani rispetto a quelle più anziane, dopo essersi progressivamente ampliato dall’inizio degli anni novanta.
Tra il 2015 e il 2024, nel settore privato non agricolo, il divario tra le retribuzioni medie dei dipendenti di età compresa tra i 18 e i 29 anni e quelle dei lavoratori con oltre 50 anni è sceso dal 36,7 al 33,5 %. Tre punti di evoluzione in dieci anni, e in piena rivoluzione tecnologica, sono ancora una promessa più che un regalo.
L’evoluzione ha interessato sia gli uomini sia le donne ed è stata molto più pronunciata per i giovani in possesso di laurea, risultato che – sottolinea Bankitalia – “potrebbe indicare un aumento dei rendimenti dell’istruzione, in Italia ancora relativamente modesti”.
Colpisce che il gruppo in cui i progressi sono stati più contenuti è quello delle donne non laureate, la cui incidenza nelle coorti più giovani è tuttavia apparsa in calo.
Le statistiche segnalano che la riduzione del divario generazionale è stata generata anche dal miglioramento della qualità del primo impiego dei giovani, soprattutto tra i laureati.
In questo gruppo, la quota di assunzioni presso imprese operanti nei servizi ad alta intensità di conoscenza – caratterizzate da livelli retributivi mediamente più elevati – è salita dal 22,4 % nel 2015 al 29,0 % nel 2024. Le opportunità si stanno lentamente concretizzando. Ed è un segnale di speranza, afferma l’ex istituto di emissione, che si siano ridotti sia i primi impieghi a tempo parziale sia quelli a tempo determinato.
Preoccupa il persistente basso livello di retribuzione del lavoro femminile. Ancora di più se si considera che, da anni, il numero di studenti di sesso maschile a concludere l’Università è inferiore alla componente femminile. La strada, da questo punto di vista, è ancora lunga.
Non solo laurea, comunque. Anche tra chi possiede al più un diploma di scuola secondaria superiore l’incidenza dei rapporti di lavoro a orario ridotto è diminuita, seppure in misura più contenuta; la crescita della quota di contratti a termine si è attenuata.
Questo fa sì – ragiona Bankitalia – che “in prospettiva il calo della popolazione e il suo progressivo invecchiamento potrebbero contribuire a garantire migliori condizioni occupazionali e retributive ai giovani, che diventeranno meno numerosi e mediamente più istruiti”.
Lo dimostra il fatto che tra il 1990 e il 2025 la quota delle persone di età compresa tra i 18 e i 29 anni è diminuita dal 19,1 % al 12,2 %, una flessione che – secondo lo scenario mediano delle proiezioni dell’Istat – dovrebbe proseguire nei prossimi decenni, sebbene in misura più contenuta.
Inevitabile, la conclusione. “Le prospettive lavorative dei giovani dipenderanno anche dal grado di complementarità tra le loro competenze e le innovazioni tecnologiche, incluse quelle legate alla diffusione dell’intelligenza artificiale, con effetti differenziati per livello di istruzione”. Bisogna dunque studiare, capire il mondo, e sperare che i legislatori favoriscano la transizione tecnologica, tenendo a bada gli effetti potenzialmente perniciosi dell’IA.
Resta un quadro incerto, per quanto non disperante. La tutela del dono del welfare state, con la conseguente protezione di diritti importanti quali l’accesso al lavoro, la pensione, la parità di genere, il sostegno ai giovani, è una delle grandi sfide di questa prima parte del secolo. L’attenzione non può essere distratta, sebbene non ci siano ricette miracolose, non ancora. Tocca studiare, capire e rimboccarsi le maniche. Il resto verrà.
