La scelta sociale di Andy: rifondare il welfare britannico per salvare il governo laburista e riabbracciare l’Europa 

5 Agosto 2026

Il Regno Unito è sotto pressione, come gli altri Paesi europei e anche di più.  

A Londra c’è un nuovo premier, il settimo in dieci anni, che ha una lunga lista di vecchi problemi da risolvere prima che sia troppo tardi. Guida la sesta economia più ricca del pianeta con un Pil che vale 3,8 trilioni, eppure un cittadino residente su cinque vive in condizioni di povertà, il che fa 14,3 milioni di persone che non arrivano alla fine del mese o la raggiungono a fatica. Se non bastasse, il 31 % dei bambini cresce a un passo dalla miseria per colpa degli alti costi abitativi.  

Appare palese che è in corso una trasformazione economica e sociale che amplifica le diseguaglianze e mina il welfare state, un’evoluzione che influenza pesantemente le scelte partecipative dei cittadini che si astengono dal seguire la politica e/o invocano provvedimenti estremi.  

L’esecutivo laburista promette case popolari, bollette con IVA ridotta, istruzione migliore e sanità più diffusa, mosse lungimiranti e tuttavia costosissime. Si tratta di una missione esistenziale per la sinistra britannica, sfidata dal consenso dilagante che i sondaggi attribuiscono alla destra sovranista, proprio mentre si allarga il numero di coloro che scoprono quanto sia penalizzante la lunga onda dell’effetto Brexit.  

Le statistiche testimoniano che vivere fuori dall’Europa dei Ventisette ha zavorrato le dinamiche congiunturali e che, dunque, il Regno Unito ha pagato crisi finanziaria, pandemia, guerra dei dazi e crisi mediorientale più care di quanto non abbiano fatto gli ex partner continentali. Oggi la metà dei cittadini pensa che non sia stata una buona idea.  

Il neo leader Andy Burnham lo ha detto, ora deve provare a farlo. Ha ammesso che non il Paese non riguadagnerà equilibrio se non saranno rimessi i cittadini al centro dell’agenda, come ai tempi del “vecchio labour”. Il rinvigorimento dello stato sociale diventa la chiave della ripresa e del consenso, l’antidoto a un possibile collasso e a una svolta iper-conservatrice e anti europea (leggi Reform UK di Nigel Farage). Il Servizio sanitario nazionale è sottoposto a uno stress senza precedenti”, avverte il King’s Fund . “L’invecchiamento demografico esercita una pressione crescente sulla spesa per la sanità e per le pensioni”, aggiunge l’Office for Budget Responsibility. Servono fondi e crescita. Però, insiste l’OBR, la Brexit comporterà una riduzione di circa il 4 % del livello di produttività del Regno Unito nell’arco di quindici anni”. 

“La riforma dell’assistenza sociale è una prova centrale per la politica britannica”, riassume il Financial Times, ricordando che nel 1999 un comitato di esperti legato alla Corona sentenziò che il sistema era indifendibile e “fare nulla” non era un’opzione. Secondo il quotidiano britannico è in realtà successo che non si sono fatti passi avanti e pertanto lo sforzo di Burnham di giocarsela proprio sul terreno del welfare va apprezzato. Tuttavia, la conseguenza del ragionamento è ovvia. Se fallirà, sarà la fine del suo governo. Per questo deve riprendere il piano di riforma della sanità concepito da ministro nel 2010 e poi cancellato dai conservatori dopo la vittoria del 2010, senza dimenticare i più deboli e senza smettere di combattere contro la deriva che, negli ultimi anni, ha schiacciato l’acceleratore della privatizzazione delle cure, rendendole più care e meno accessibili. 

Con tutto ciò in mente, senza dimenticare la geopolitica, la difesa, i commerci e il clima, a Downing Street si chiedono che ruolo possono avere nel progetto di rilancio le relazioni con l’Europa. I numeri che hanno sul tavolo parlano chiaro. 

Un sondaggio Ipsos di fine maggio rivela che il 49 % dei britannici tornerebbe in Europa, il 30 % non sa o è neutrale, il 21 % resta contro. Sono i dati più alti da dieci anni perché è chiaro che Brexit non ha pagato dividendi. Un rapporto del National Bureau of Economic Research riassume che nei dieci anni di Brexit gli investimenti sono stati 12–18 % più bassi del potenziale; la produttività si è fermata il 3-4 % sotto la soglia che si sarebbe potuta raggiungere restando nell’Unione, così come l’occupazione. L’Europa avrebbe puntellato società ed economia, dicono i più. Potrebbe farlo ancora. Eppure Burnham, il cui istinto dice “UE al più presto”, è assai prudente.  

Gli umori che si raccolgono fra esperti, politici e osservatori a Londra tendono a negare l’ipotesi di un nuovo referendum in tempi brevi e forse in assoluto. Scontata è la manovra di riavvicinamento sulla base del negoziato di un ampio patto di libero scambio e circolazione, sempre che tutti i Ventisette superino la rabbia dell’orgoglio tradito dal “no” del 2016: qualche capriccio deve essere messo in conto e ostacoli potrebbe venire dal voto presidenziale francese del 2027 come dalle tensioni politiche che in Germania il cancelliere Merz non riesce a quietare.   

Se Burnham ridurrà le sofferenze dei cittadini e ne aumenterà la fiducia, allora potrà pensare dalle prossime elezioni (massimo agosto 2029) – sempre che la spunti – di rientrare dalla finestra nel circolo di Bruxelles. Non con una vera decisione, ma con un artificio di mercato che ricrei il legame senza prendere a pesci in faccia i brexiteer che restano comunque numerosi. Non una vera adesione, ma quasi.  

La morale è che il successo sul dossier welfare britannico, necessario in ogni caso, è la chiave per la stabilità politica a Londra come per il suo rapporto con l’Unione. Il che, a ben vedere, non è soltanto un problema britannico. La tenuta dello stato sociale è il fondamento delle nostre vite in un secolo tecnologico, sfrenato, insicuro e rumoroso. Su questo il dibattito è aperto e acceso. Burnham lo ha capito, vedremo se ci riuscirà.  L’ambizione di un futuro globale che possa essere amico e sostenibile implica la speranza che non sia il solo. 

Fonte: https://www.ipsos.com/en-uk/brexit-vote-10-years-study-shows-desire-closer-eu-relationship-trade-offs-temper-rush-rejoin