Lo Stato sociale fa la felicità. Hilary Hoynes, economista e docente a Berkeley, racconta che “i nostri studi rivelano che l’accesso ai buoni pasto (come il Supplemental Nutrition Assistance Program o SNAP) durante la gravidanza, così come a un credito d’imposta federale destinato a lavoratori e famiglie a reddito medio-basso (Earned Income Tax Credit, EITC), crea i presupposti perché i bimbi messi al mondo siano più sani”. Ne consegue una teoria lineare: un’adeguata rete di protezione sociale migliora la salute e il benessere complessivi dei bambini, soprattutto quando le famiglie ricevono il sostegno nelle prime fasi della vita del figlio. Sembra banale, ma non lo è. Perché, se lo fosse, tutti i governi si muoverebbero in questa direzione nel nome del bene comune. Tuttavia, non succede.
Servono denari “senza vincoli”, è la convinzione di Hoynes. In qualità di docente di Economia e Politiche Pubbliche presso l’Università della California, dove dirige anche il Berkeley Opportunity Lab, ha concentrato la propria attenzione sullo studio della povertà, della disuguaglianza e delle reti di protezione sociale. La sua ricerca più recente esamina in che modo l’accesso alle reti di protezione sociale durante la prima infanzia influisca sulla salute e sul capitale umano dei bambini nel corso della vita. Il suo intervento al FIE26 verterà proprio su queste tematiche.
I numeri sono con lei: nel 2024 la povertà infantile statunitense si è attestata al 13,4%, colpendo 9,7 milioni di bambini: un dato che sarebbe ben più grave senza strumenti come l’EITC e il Child Tax Credit (CTC). L’ampliamento del CTC del 2021 aveva ridotto temporaneamente il tasso di povertà infantile al 5,2%. “L’impatto è stato immediato, misurabile e del tutto reversibile – ha avvertito la professoressa Hoynes – e, quando il credito è scaduto, la povertà è raddoppiata”. È la prova, si conclude, che investire denaro pubblico per sostenere il welfare state non è un costo, ma un investimento.
L’idea della docente californiana – figlia di un economista cresciuta a Madison nel Wisconsin – è che la riduzione delle diseguaglianze richieda principalmente due tipi di politiche. La prima – afferma,deve essere “focalizzata su un periodo breve e strutturata su un programma di assistenza in denaro in grado di soddisfare le esigenze delle famiglie più bisognose, esigenze che possono essere diverse in base alle dimensioni dei singoli nuclei familiari”. La seconda “va concentrata su una fase lunga, strutturata su un programma che metta al centro il lavoro e il benessere delle persone”. In tale prospettiva, assicura, “il meccanismo del credito d’imposta sul reddito, come avviene negli USA, può essere la soluzione migliore”.
La questione dell’assistenza ai ceti più deboli è purtroppo più larga. “Quasi la metà delle famiglie che vivono in condizioni di povertà segnala anche una situazione di insicurezza alimentare – sottolinea Hoynes –. Nei fatti, poi, il numero di famiglie in condizione di insicurezza alimentare, ma che dispongono di un reddito superiore alla soglia di povertà, è maggiore di quello delle famiglie che si trovano al di sotto di tale soglia”.
Nel 2021, l’autore della serie di libri Freakonomics, Stephen Dubner, chiese provocatoriamente alla professoressa di Berkeley se la scarsa attenzione ai bambini fosse dovuta al fatto che non votano. La replica fu secca: “Credo che il problema sia che non consideriamo questo aspetto come un investimento necessario per la società”. Era come suonare un campanello d’allarme, un modo per dire che non basta il reddito a garantire condizioni di vita qualitativamente sostenibili e che, senza una strategia, l’intero sistema economico e sociale rischia grosso. Da qui, ecco la teoria della professoressa di Berkeley, cioè l’esigenza di un welfare universale, ben calibrato sui redditi e sulle necessità. Dalla culla in poi. Nell’interesse di tutti.